Le Antiche Cave del Bruschi - terza parte
Intervista all'Ultimo Macchinista
D.P. classe 1928, lucidità e coscienza del lavoro in miniera. È questo l’ultimo macchinista operaio delle dell’ex cave del cementificio Bruschi. È lui l’ultimo che guidava il treno all’interno delle gallerie per la raccolta del materiale. L’ultimo che ancora ricorda molto bene cosa fosse il lavoro in miniera e come fossero fatte le stesse: per questo lo abbiamo intervistato.

Quanti anni ha lavorato nelle gallerie?
Io circa 14 ma mio padre per 30 anni, lui era minatore.
La sua mansione?
Erano gli anni 40, e dopo la fine della guerra, quando le gallerie erano diventate sfollamento della popolazione Rignanese, venne approfondito un nuovo ingresso. Il mio lavoro era quello di portare il locomotore con i carrelli all’interno delle cave e caricare il materiale.
Quante erano le gallerie?
Tre. Ma due vennero abbandonate verso il 1945. Due che poi vennero riaperte per esplorazioni e poi richiuse negli anni 90. Si trovarono pantaloni, scarpe ed oggetti che avevamo abbandonato li quando le gallerie vennero definitivamente chiuse nel 1965.
Vi era presenza di falde acquifere nelle miniere ?
Altroché. Ricordo che dovevamo posizionare le lampadine di illuminazione ogni 20 m, circa, ed un giorno, nel forare, fummo investiti da un fiume d’acqua. L’acqua sotto c’era e come. Basti pensare che nell’ultima galleria costruimmo una diga 4m per 4m che raccoglieva l’acqua per un’estensione di 150m. Questa doveva servire al fabbisogno idrico della villa del Pepi e come raffreddamento per il cementificio. Per il suo funzionamento vennero studiate una serie di chiuse.
Quali erano le dimensioni di questi condotti?
Ogni galleria aveva circa 5 piani e fra uno l’altro vi erano 24-25m circa. All’ultimo piano, cioè quello sotto man mano che si saliva o scendeva, venivano posti i binari per il treno mentre un condotto faceva calare il materiale dalla galleria subito sopra. Dove vi era lo scambio per il treno le volte arrivavano fino a 4-5 m di altezza sorrette da pilastri larghi fino a 25m. Ogni tanto dovevamo ridurre la larghezza dei pilastri, fino a 12m, per la raccolta del materiale. Per fare questo venivano minati e spesso le cose non andavano per il verso giusto; il fuggi fuggi era di regola e la paura era sempre tanta.
Delle vere e proprie cave, insomma?
Certamente. Tante persone avevano lavorato li sotto per anni. Ricordo che nella galleria dove lavoravo vi era
no circa 2 km di binari. L’escavazione in galleria era soggetta a seguire le venature della pietra, la Marna, come la chiamavamo. La dovevamo seguire e nei punti di migliore qualità, sia per la consistenza della galleria che per la produzione del prodotto. I minatori spesso guardavano il “cielo” della galleria e se vi erano massi instabili venivano subito rimossi.
Poi dopo il 65 delle gallerie non si è più parlato?
Ricordo però un fatto. Quando vennero iniziati i lavori per la circonvallazione passai di li con alcuni amici e vedendo l’escavatorista lo avvisai di cosa avesse sotto i cingoli. 100 m di gallerie. Non passò molto tempo e l’escavatore in questione sprofondò, più o meno, fino all’altezza dei cingoli.
Antonio Degl’Innocenti
D.P. classe 1928, lucidità e coscienza del lavoro in miniera. È questo l’ultimo macchinista operaio delle dell’ex cave del cementificio Bruschi. È lui l’ultimo che guidava il treno all’interno delle gallerie per la raccolta del materiale. L’ultimo che ancora ricorda molto bene cosa fosse il lavoro in miniera e come fossero fatte le stesse: per questo lo abbiamo intervistato.

Quanti anni ha lavorato nelle gallerie?
Io circa 14 ma mio padre per 30 anni, lui era minatore.
La sua mansione?
Erano gli anni 40, e dopo la fine della guerra, quando le gallerie erano diventate sfollamento della popolazione Rignanese, venne approfondito un nuovo ingresso. Il mio lavoro era quello di portare il locomotore con i carrelli all’interno delle cave e caricare il materiale.
Quante erano le gallerie?
Tre. Ma due vennero abbandonate verso il 1945. Due che poi vennero riaperte per esplorazioni e poi richiuse negli anni 90. Si trovarono pantaloni, scarpe ed oggetti che avevamo abbandonato li quando le gallerie vennero definitivamente chiuse nel 1965.
Vi era presenza di falde acquifere nelle miniere ?
Altroché. Ricordo che dovevamo posizionare le lampadine di illuminazione ogni 20 m, circa, ed un giorno, nel forare, fummo investiti da un fiume d’acqua. L’acqua sotto c’era e come. Basti pensare che nell’ultima galleria costruimmo una diga 4m per 4m che raccoglieva l’acqua per un’estensione di 150m. Questa doveva servire al fabbisogno idrico della villa del Pepi e come raffreddamento per il cementificio. Per il suo funzionamento vennero studiate una serie di chiuse.
Quali erano le dimensioni di questi condotti?
Ogni galleria aveva circa 5 piani e fra uno l’altro vi erano 24-25m circa. All’ultimo piano, cioè quello sotto man mano che si saliva o scendeva, venivano posti i binari per il treno mentre un condotto faceva calare il materiale dalla galleria subito sopra. Dove vi era lo scambio per il treno le volte arrivavano fino a 4-5 m di altezza sorrette da pilastri larghi fino a 25m. Ogni tanto dovevamo ridurre la larghezza dei pilastri, fino a 12m, per la raccolta del materiale. Per fare questo venivano minati e spesso le cose non andavano per il verso giusto; il fuggi fuggi era di regola e la paura era sempre tanta.
Delle vere e proprie cave, insomma?
Certamente. Tante persone avevano lavorato li sotto per anni. Ricordo che nella galleria dove lavoravo vi era
no circa 2 km di binari. L’escavazione in galleria era soggetta a seguire le venature della pietra, la Marna, come la chiamavamo. La dovevamo seguire e nei punti di migliore qualità, sia per la consistenza della galleria che per la produzione del prodotto. I minatori spesso guardavano il “cielo” della galleria e se vi erano massi instabili venivano subito rimossi.Poi dopo il 65 delle gallerie non si è più parlato?
Ricordo però un fatto. Quando vennero iniziati i lavori per la circonvallazione passai di li con alcuni amici e vedendo l’escavatorista lo avvisai di cosa avesse sotto i cingoli. 100 m di gallerie. Non passò molto tempo e l’escavatore in questione sprofondò, più o meno, fino all’altezza dei cingoli.
Antonio Degl’Innocenti


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