
“Quando vivevo a Roma, all’incirca nei primi anni 60, ricordo un appartamento pieno di amici. Aldo Berti, Gabriella Ferri, Luisa De Santis, Pippo Franco e tanti altri. È qui che con alcuni di loro demmo vita alla prima Comune di Roma”. Bruno Gambone ricorda cosi la sua età giovanile in una capitale che appariva per gli artisti di allora come un albero carico di frutti maturi. Bastava coglierli. “ Ricordo con vero piacere Pippo Franco; anche perché era tra di noi uno dei pochi che lavorava- racconta Bruno- in via Margutta con il suo complesso i Pinguini. Noi andavamo spesso a fare rifornimento a casa di sua madre, in Via Risorgimento, per ovvi motivi. Di lui ricordo una bellissima dote scrittoria nonché la passione per i fumetti. Per quanto mi riguarda avrebbe potuto fare molto di più”. Bruno è un artista, uno di quegli che la vita l’ha voluta vivere intensamente, scoprire e farsi abbracciare. “ In tutta la mia giovinezza avvenivano cose come in un sogno. Non mi tiravo mai indietro. Tutto prendeva forma pian piano e i fatti accaduti si trasformavano in un’esperienza artistica che poteva diventare teatro, pittura o scultura”. Nel 1963 Bruno si trasferì negli Stati Uniti stabilendosi per alcuni anni a New York. Qui frequentò artisti come Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein e Andy Warhol, compiendo numerose esperienze nel settore della pittura, della scultura, del cinema e del teatro. L’esperienza americana di Bruno durò circa sei anni che bastarono ad aprirgli un mondo fin a quel momento sconosciuto. Un mondo nuovo che ancora in Italia non aveva scoperto. “Infatti inizia a Firenze a lavorare, nella bottega di mio padre, e poi come tutte le faccende che accadono nelle migliori famiglie: litigai e me ne andai. Avevo 16-17 anni. Per un po’ rimasi nei dintorni poi decisi di partire. Il mio desiderio era di andare a Parigi ma dovetti attendere perché mi ritirarono il passaporto a causa di uno scherzo. Non potendo espatriare rimasi qua in Italia e mi adattai a fare un po’ di tutto pur di tirar avanti, dal pittore all’ambulante presso le bancarelle del porcellino. Ricordo anche che mi teneva credito un ristorante il cui proprietario mi diceva sempre “ho campato tre figli due miei e te”. L’arrivo a New York fu per Bruno una nuova vita e proprio qui, in un caffè vicino al suo studio, conobbe Andy Warhol grazie al comune amico Gregory Corso. “Fu Gregory a presentarmi Andy e da li iniziammo un’assidua frequentazione. – racconta Bruno- Era un tipo molto schivo ed io ero uno dei pochi che a lui piaceva vedere”. Era lo stesso Bruno che spesso si recava al Factory “ lo studio che lui chiamava la fabbrica e dove io assistevo spesso al suo lavoro assieme all’amico Mario Schifano”. Ed è qui che i due giovani amici ebbero occasione di apparire in alcune pellicole girate da Andy. Pellicole del tutto particolari come l’uomo che dormiva che a fatti compiuti si traduceva in otto – nove ore di ripresa su soggetti che beatamente se la dormivano. “ Io e Mario eravamo molto incuriositi e questa curiosità ci portò spesse volte ad essere comparse delle riprese finché, anche lo stesso Mario, iniziò a produrre qualcosa di personale; io mi limitavo solamente ad aiutarlo”. La vita Newyorkese scorreva per Bruno come un fiume in piena. La sua vita era stata investita da una molteplicità di artisti che avevano segnato e caratterizzato gli anni 60.

“Ricordo che spesso andavo a pranzo da Louise Nevelson – racconta Bruno- e in uno di quei pomeriggi arrivai allo studio Art and Tecnologis creato da Robert Rauschenberg assieme ad alcuni ingegneri. Qui inizia a collaborare producendo arte. Quell’arte che poi in Italia divenne la metafisica”. Tramite lo studio di Rauschenberg fu possibile accedere a grandi progetti facendo volare l’immaginazione al di là dell’incomprensibile. Poi l’arrivo in America di Ungaretti “ il quale andai personalmente a prendere al porto assieme all’amico Lucio Manisco allora corrispondente del Messaggero”. Bruno fu colpito dalla figura del poeta italiano tanto da diventare una sorta di suo assistente. “ Lo accompagnavo per mostre, spettacoli o semplicemente a fare una passeggiata a vedere le belle ragazze. – racconta Bruno – Le Monde era il giornale che tutti i giorni, o quasi, io gli portavo. Il giornale del quale non poteva fare a meno. Prima di andare alla Columbia University andavo al Village, dalla parte opposta di Manhattan, dove sapevo esserci un’edicola che lo aveva”. Poi il confronto con la bit-generation messo su da Bruno, Mario Schifano e Lucio Manisco, che vide in scena lo stesso Ungaretti e giovani poeti americani. “ Fu un’esperienza davvero unica ed irripetibile e credo che Lucio conservi ancora qualcosa”. Poi la decisione di tornare in Italia. Un'occasione nata dall'opportunità di poter fare una mostra a Milano organizzata da un caro amico di Bruno. È qui che Bruno conobbe Lucio Fontana. “A Milano ebbi un grande rapporto con Fontana.-raccontava l'artista fiorentino- Con lui ebbi occasione di fare mostre in Germania e Italia. Enrico castellani, Paolo scheggi ed io eravamo un gruppo affiatato ed il nostro maestro era lui. Ricordo di lui questa voglia di fare per i giovani”. Poi la morte del padre lo riportò a Firenze. Dietro di lui la vita lasciava il segno di chi aveva visto di più e toccato con mano esperienze e persone davvero interessanti. “Tornai- concludeva bruno dal suo studio in via Benedetto Marcello- per non disperdere l'attività di mio padre nonostante avessi mantenuto il desiderio di fare pittura e scultura”.
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