Ardengo Soffici non solo pittore...ma vivace scrittore

“ Apollinaire con Picasso e Soffici attraversavano tutte le notti, a una certa ora, quella strada che si allunga tra il cimitero di Montparnasse e quel gruppo di casamenti che dall’altro lato dà su Boulevard Raspail. Li chiamavano i tre moschettieri”. Cosi Ungaretti descriveva l’intima amicizia che Ardengo Soffici aveva con il noto pittore e l’altrettanto noto poeta. Questo a testimonianza di una forte amicizia e pluralità dell’artista rignanese, particolarmente noto per la sua pittura ma meno per la sua dote scrittore e critica. Con sette volumi tra il 1959 e il 1968 l’editore Vallecchi stampò le opere di Ardengo Soffici. Non è chiaro se i volumi siano ancora disponibili per il tempo trascorso, perché la casa editrice è passata di mano molte volte e perché un incendio devastò il glorioso archivio della Vallecchi. A Soffici si deve soprattutto la conoscenza dei nuovi pittori e scrittori che lavoravano in Francia. Nel 1911 pubblicò un suo libro su Rimbaud; nel 1909 aveva dedicato uno studio a Medardo Rosso e all’Impressionismo, del ’14 è il suo libro Cubismo e futurismo e del ’20 la sua “Estetica futurista”. Da mettere in rilievo sono i suoi testi poetici Simultaneità e Chimismi lirici di marca futurista e cubista. Con i futuristi il rapporto fu più difficile perché quando a Milano si tenne la mostra futurista nel 1911, come critico d’arte, la stroncò. Si riappacificò anche per il tramite di Palazzeschi e nel 1913 nacque, diretta da Papini e da Soffici, la rivista Lacerba di marca futurista. (Nel 1908 aveva partecipato con Papini e Prezzolini alla fondazione della Voce). Molto importanti i suoi scritti narrativi di quegli anni: Lemmonio Boreo dell’11, Giornate di bordo del ’15, Arlecchino del ’14 e soprattutto Kobilek, il suo diario di guerra (Soffici vi partecipò come volontario) del 1918. Ne scrisse allora Renato Serra: i libri di quegli anni «hanno dei momenti che sono stati, dopo le Faville del D’Annunzio, la gioia più cara di quelli che amano l’arte… Quella di Soffici non è un’opera, né un genere, è un dono. Una prosa fluida, un colore schietto, una festa».

Antonio Degl’Innocenti

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