Giovanni Battista Belzoni...l'umo che scoprì l'Antico Egitto

Il suo numero al circo era uno dei più apprezzati di tutta l’Inghilterra, nonostante non fosse un granché. Chi non lo aveva mai visto rimaneva sbalordito d’innanzi a tanta forza umana. Fu cosi che in compagnia del “l’Asteleyis Circus”, Giovanni Battista Belzoni, girò tutta la Gran Bretagna, l’Olanda e la Germania. Nacque a Padova nel 1778, questo curioso quanto mirabile personaggio, ma per sfuggire all’arruolamento nell’esercito napoleonico, attorno al 1803, si rifugiò in Inghilterra dove si dedicò al circo. La sua notevole stazza gli aveva favorito un facile reclutamento diventando per tutti “Patagonia Samson”. Con un giogo al collo riusciva sostenere una famiglia di dodici persone; questo era il suo pezzo forte. Tanto era curioso, tanto era forzuto che lo stesso traduttore di Goethe, Sir Walter Scott, se ne incantò. “ è il gigante più proporzionato ch’io abbia mai visto” scrisse in una lettera Sir Walter. Uomo dalle mille risorse, Belzoni, non si soffermò molto nel mondo dello spettacolo circense e dopo un intenso peregrinare per l’Europa approdò in Egitto. Questa terra avrebbe rivelato a Belzoni scoperte inattese e dato all’umanità, tramite quest’uomo, splendori ineguagliabili. Un secolo dopo, Howard Carter, l’archeologo che scopri la tomba di Tutankamen, scriveva: “ è uno degli uomini più notevoli di tutta la storia dell’archeologia”. Sarebbe diventato questo, il gigante padovano, uno degli uomini chiave dell’antica archeologia. Poco stimato e ricordato, per non essere stato un vero archeologo, ma paragonabile più ad un odierno Indiana Jons. Belzoni era stato lo scopritore della camera reale di Chefren, colui che aveva dissotterrato Abu Simbel, trasportato la colossale testa di Memmone e ritrovato la tomba di Seti I. Un tipo scaltro, sicuro di se, parlava un ricercato inglese di Oxford e si presentò in Egitto con la cara moglie Sarah che aveva sposato in Inghilterra. Il suo primo approccio in terra Araba fu con il Pascià, Mohammed Alì, al quale portò una pompa per l’irrigazione da lui costruita. Di tutta risposta, tale invenzione, non ebbe successo visto che Mohammed spiegò all’impavido gigante “ che il Nilo veniva governato dalla volontà di Allah” e quindi della pompa non vi era nessuna necessità. L’esperienza egiziana di Belzoni non sembrava aver portato, almeno inizialmente, buoni frutti ma un’imprevedibile commissione del console generale britannico risollevò le sorti del gigante veneto. L’Incarico era si prestigioso quanto redditizio ma prevedeva di trasportare fino alla foce del Nilo, e da li all’Inghilterra, una statua di granito del peso di 7 tonnellate. La statua raffigurava il faraone Ramsete II,ma fino ad allora si era pensato fosse l’eroe di Tebe Memmone. “ Il mio primo desiderio in mezzo a queste rovine – scriveva Belzoni- fu di esaminare il busto colossale che dovevo prelevare.

Lo trovai vicino ai resti del corpo e del trono ai quali, in altri tempi, era unito. Il volto era rivolto verso il cielo e si sarebbe detto che sorridesse all’idea di essere trasportato in Inghilterra. La sua bellezza, più che la sua grandezza, superavano ogni aspettativa”. L’impresa ardua, quanto faticosa e delicata, si rilevò per Belzoni un successo. L’uomo che non era un archeologo era però un intelligente e motivato esploratore che comprese, quanto prima, le potenzialità dell’Egitto ed il suo ineguagliabile patrimonio artistico. Avrebbe deviato il corso del Nilo, spostato le piramidi se qualcuno gli avesse chiesto di farlo. Il suo metodo era sempre lo stesso: prima usava il cervello, poi la forza muscolare e se non bastava ricorreva alla dinamite. Con questa metodologia, Belzoni, fu sicuramente uno dei più attivi archeologi del tempo, quando ancora l’egittologia era agli esordi ed i geroglifici ancora poco comprensibili. Da File asportò un obelisco, successivamente riconosciuto di grande importanza per la traduzione della scrittura egizia, condusse svariati scavi nel tempio di Mut a Karnak fino ad arrivare alla Valle dei Re dove riportò alla luce le tombe di Ramesse I e Sethi I. Nel 1818 giunse, con tutta probabilità, la più grande scoperta di Belzoni. “ Traversai un passaggio lungo venti piedi ove le mummie erano ammucchiate in modo che non restava che lo spazio della lunghezza del corpo, ed ad ogni istante il mio volto era in contatto con quello di un antico egizio. – annotava il padovano nel suo diario- Il suolo pendeva, ed il mio stesso peso mi aiutava ad avanzare, ma non potei giungere al fondo se non facendo rotolare assieme a me delle teste, delle gambe delle braccia”. Cosi Belzoni penetrò nella piramide di Chefren, la seconda piramide di Giza, la seconda per altezza. Ancora oggi, per il turista attento ed appassionato, è possibile leggere nel corridoi che porta alla stanza mortuaria della piramide la scritta “scoperta da G.Belzoni, 2 marzo 1818”. Infatti Belzoni aveva firmato gran parte delle sue scoperte e ne è una dimostrazione la testa di Ramses II o il sarcofago di alabastro del Faraone Sethi I conservati a Londra presso il British Museum. A Giza Belzoni vi arrivò tutto solo e dopo aver assunto ottanta arabi avviò gli scavi attorno alla piramide di Chefen. Ci vollero circa due mesi di lavoro per scoprire l’ingresso della piramide. L’astuto Belzoni lo trovò imbattendosi in tre blocchi di granito inclinati verso il basso. Dopo un attento studio comprese che dietro a quei blocchi vi era il passaggio tanto cercato e la sua conferma arrivò quando, in una fessura, infilò un lungo filo di paglia. In pochi giorni l’accesso fu liberato.

Calatosi in un pozzo e percorso un lungo corridoio si spalancò agli occhi del “gigante” quello che per duemila anni non era mai stato contemplato. Belzoni era riuscito la dove centinaia di altri avevano fallito. Nonostante il suo nome fosse rimasto scolpito in più di una delle sue scoperte, presso il British Museum, si è pensato di bene di non parlare di quest’uomo agli ignari visitatori. Due secoli di Egittologia lo hanno escluso dall’albo dei grandi archeologi. Del suo diario, un bestseller per l’epoca, sono pervenute poche stampe e le sue righe han visto pochi lettori. Eppure questo gigante è stato uno dei fondamentali esploratori dell’antico Egitto.A lui si devono mirabili scoperte di encomiabile pregio. Nessuno, inoltre, ricorda che fu proprio lui il padre della prima mostra di egittologia antica. Solo una cittadina negli Stati Uniti, con precisione nel Mississippi, porta il suo nome, Belzoni, a ricordo delle mirabili scoperte di quest’uomo. Vale la pena, per l’appassionato, indagare su questo importante spaccato di Storia ed Archeologia Egizia; uno spaccato d’un italiano come Giovanni Battista Belzoni.
Antonio Degl’Innocenti


Commenti
Posta un commento