Mario Modestini....con un Leonardo in Valigia
Il Bel Paese è certamente conosciuto per le sue bellezze, opere, storia e cultura che lo circonda, nonché per gli uomini che lo hanno reso tale. È proprio grazie a queste figure che l’Italia di oggi, ed in particolare il suo patrimonio artistico, hanno trovato ampio spazio fuori dal paese e dal continente. Forse poco, però, si è parlato di alcune figure che, oltre a doti personali, hanno esportato quell’italianità propria della bellezza e della passione per l’arte. Mario Modestini rappresenta, in sintesi, una delle figure più singolari del 900 Italiano e a quanto pare, è considerato il più grande restauratore del secolo, come spiegava in una recente intervista ad Architectural Digest il sig. Eugene V.Thaw, antiquario e collezionista di New York ( membro onorario del consiglio sia del MoMa sia del Metropolitan Museum of Art, nonché presidente della Pollock-Krasner Fondation). Nato nel 1907 a Roma, in via Margutta (la via degli artisti), Mario fu da subito attratto dal mondo dell’arte, vista la grande tradizione di famiglia, e un po’ di autodidattica ed un po’ di corsi serali lo portarono ad apprendere, al meglio, l’arte del restauro. Il suo primo lavoro, di notevole importanza, fu il restauro delle opere conservate nella galleria Rospigliosi di Roma per spostarsi, successivamente, a San Paolo del Brasile e Firenze. Un uomo che amava l’arte, la bellezza e la sua armonia non poteva certo rimanere immune di fronte alla città rinascimentale per eccellenza, e proprio qui, nelle campagne fiorentine, alle porte della città ma immerso nel verde collinare del Chianti, acquistò una casa. E proprio qui, probabilmente, ebbe luogo il lavoro più importante di Mario in Italia e con precisione alla galleria Bonaccossi-Corsini. Nonostante tutto, si è certamente parlato poco di lui, sia nella città fiorentina che romana, senza lasciare un ricordo, un omaggio alla sua memoria. Mario amava il suo paese, la sua storia, la sua tradizione, ma forse questo paese tanto amato non aveva saputo e non ha saputo rispondergli, neanche dopo la sua scomparsa avvenuta nel gennaio del 2006. Non passò inosservato invece negli Stati Uniti, dove Mario lavorò per la maggior parte della sua vita per conto della Kress Foundation, curandone le oltre 2000 opere. Opere di portata internazionale, come ricordava l’edizione americana del National Geographic del dicembre 1961 e le varie edizioni del New York Times. Tintoretto, Canaletto, Tiepolo, Paul Rubens, El Greco, Vouet, Tiziano, Bellini, Van Dyck sono alcuni dei nomi dei maestri dell’arte sulle cui opere Mario lavorò e probabilmente acquistò, autenticandole. La Fondazione Kress nasceva da un’idea di Samuel Henry Kress, un facoltoso commerciante nato nel 1863 in Pennsylvania. Nel corso della sua vita visitò le più importanti gallerie d’arte europee, e così crebbe in lui l’entusiasmo per l’arte. Ben presto, Sam Kress creò una sua collezione, circondandosi di opere di importanti artisti italiani, così che gli americani potessero studiare l’arte italiana. Il suo intento originario era di creare una galleria pubblica a New York. Ma quando il suo piano prese forma per la National Gallery of Art a Washington, pensò di mettere i tesori da lui collezionati a disposizione di coloro che ne fossero stati interessati. Iniziò quindi a comprare opere da privati per venderle o donarle ai musei e alle gallerie d’arte. A questo progetto partecipò attivamente Mario. Da qui un’ascesa incredibile per un uomo di grandissime doti che trovò gli spazi adatti per dare sfogo alle sue capacità e passioni, portando nei più svariati musei d’America opere del calibro di Raffaello, Velázquez, Rembrandt, Manet, Monet, Van Gogh, Cezanne, Goya, fino all’acquisto ed autenticazione di un Leonardo da Vinci: la Ginevra de' Benci, il primo dei tre noti ritratti di donne da lui dipinti. La famiglia regnante del Principato del Liechtenstein, che ne era in possesso da secoli, lo mise in vendita, e Paul Mellon e la National Gallery spedirono Mario a Vaduz per esaminarla. Egli concluse non solo che era autentico, ma che la sua stessa vernice scolorita leggermente era accettabile, che toccarla poteva essere troppo e quindi avrebbe potuto alterare l’opera. Nel 1967, per cinque milioni di dollari, un record per quei tempi, Mario acquistò la Ginevra , denominata successivamente America’s Mona Lisa. Da qui commissionò la progettazione di una valigetta che poteva simulare la temperatura e l'umidità del vino nella cantina del castello dove l'immagine era stata immagazzinata, e mantenerla tale per 12 ore; tempo necessario per arrivare da Ginevra alla National Gallery, dove una stanza con la stessa temperatura e l'umidità era stata preparata. Mario acquistò un biglietto di prima classe su Swissair, sotto il nome di "Signora Modestini", ma la signora in questione era la valigia con la Ginevra , situata accanto al suo sedile e con la cintura intorno. Quella notte è diventato l'unico dipinto di Leonardo nell'emisfero occidentale. “Abbastanza per coincidenza- raccontava Eugene V.Thaw- , mi capita di sapere qualcosa su questo viaggio. Jocelyn, la figlia di Rush Kress (fondatore della Kress Foundation) , mi ha detto una volta come, camminando su un volo New York-Zurigo, è stata sorpresa nel vedere l'uomo che aveva ripristinato tutte le sue foto di famiglia, seduto, ammanettato ad un pezzo di bagaglio."Che cosa hai li, Mario? un Leonardo? "e lui ha detto, sorridendo,"effettivamente, Jocelyn, lo è ". Una mano incredibile, un occhio clinico ed un profondo amore per l’arte erano gli ingredienti di questo “maestro”. Nei primi anni 70, Eugene V.Thaw, assieme a Rudolph Heinemann e Knoedler's acquistarono un Goya, il ritratto del Generale francese Nicolas Philippe Guye da Ruth. Dopo tanti anni, il fumo di candele, il tabacco, il caminetto e la fuliggine avevano coperto l'aura del dipinto e non restava che consegnare l’opera a Mario. L’intenzione degli acquirenti era quella di restaurare l’opera e venderla. Al fine di facilitare il lavoro di vendita, venne inviato allo studio di Mario il più grande esperto americano di Goya, Miss Eleanor Sayre, che era, tra l'altro, la nipote di Woodrow Wilson. Miss Sayre aveva sempre dubitato di questa immagine, dove insisteva a dire di non vedere la trasparenza dai bordi delle figure, che era caratteristica di Goya. “Questa donna è stata colei che ha visitato i musei americani-sottolineava Eugene- e una sua nota negativa segnerebbe ogni vendita”. Mario ha iniziato a pulire il dipinto e quando lei ha visto l'aura scomparsa ricomparire si è inginocchiata e, ha quasi baciato la tela, dicendo: "è una Goya: meraviglioso". Un'arte perduta, quella del restauro, la definiva Eugene. “Adesso è nelle mani di persone che non necessariamente amano o comprendono la pittura. Possono essere chiamati per dire tutto sulla chimica e la scienza, ma non sanno veramente perché un Tiziano o Velázquez o un Rembrandt sono quello che sono. La grandezza di Mario era quella di essere in perfetta sintonia con la sensibilità dell'artista e poteva interpretare la sua intenzione. Voglio dire, un dipinto è una modalità di espressione e se non esprime la stessa cosa dopo il restauro, l'opera è stata violata o distorta in qualche modo”. La moglie di Mario, Diane, lei stessa un ottima restauratrice che insegna presso il Centro di Conservazione dell'Istituto di Belle Arti della NYU (New York University), ha passato molti dei segreti di Mario ai suoi studenti. Non ultimo il racconto di una visita fatta quando, a fine degli anni'80, era alla National Gallery di Londra, che ha una storia di radicale pulizia di capolavori. Dopo un visita, Mario, dichiarò che molte delle immagini erano state ingannate senza pietà; “tutto il mistero e la poesia se ne sono andate da loro” e si mise a piangere. "Per favore, mi porti fuori di qui" esclamò Mario; lei lo accompagnò in albergo, dove pianse per una mezz'ora mentre, scuotendo il capo, ripeteva: "Cosa ho visto! Cosa ho visto! "
Antonio Degl’Innocenti



Commenti
Posta un commento