A braccetto con Dario Bellezza
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| Dario Bellezza |
Dario Bellezza era musone solo col sistema, non accettava i compromessi, il do tu des, la sfilata degl’intellettuali allo sportello dell’accettazione fare questua per andare avanti, il mea culpa di alcuni che pur di arrivare alla pubblicazione delle proprie opere svende identità e pensiero.
Lo conoscevo fin dagli anni settanta, una conoscenza periferica, ruotavamo intorno agli stessi gruppi dell’intellighentia capitolina anche se con interessi diversi, Dario sposato alla poesia, io ad un sacco di cose: teatro, cinema, narrativa, vagabondaggio, eccesso di velocità nell’accoppiamento.
Sapevo tutto di lui come probabilmente sapeva tutto di me pur restando sconosciuti l’uno all’altro.
Fu nell’84 che le nostre vite s’incontrarono, esattamente nel mese di Giugno venne a chiedermi se lo aiutavo a mettere in scena un suo lavoro teatrale: Apologia di reato.
Cominciò un sodalizio che dalle pagine scritte traboccò subito nella vita reale.
Dopo una settimana avevamo già accantonato il progetto teatrale e passavamo giorno e notte ad inventarci la vita.
Dietro quell’aria orientale scoprii il compagno, eppoi l’amico, più divertente che si possa immaginare, pieno di risorse, sorprendente, un vero angelo con tanto di ali planato sulla mia strada sconvolta solo qualche mese prima da un terremoto di dimensioni apocalittiche.
La sua sana normalità umana non solo mi riportò alla vita ma innaffiò anche il seme ormai secco della speranza.
Si rinasce?
Io rinacqui.
Agli scettici resta difficile capire la visione paradisiaca che ha davanti a se chi esce dalla bara, tutto è pervaso di spirito rinnovato come L’ultima Cena dopo il restauro.
E’ morto un mondo e nel mondo in cui riapri gli occhi sei come un bambino. Il passato si ferma in blocco al giorno dell’apocalisse, quello che ricordi di prima non è più tuo ma di un altro te che commemori come defunto.
Dario arrivò in quel momento, in quell’estasi puerile, nel balbettamento poetico della mia seconda vita e con straordinaria sensibilità adattò il suo mondo al mio, così, in giro per Roma, dopo qualche tempo, non camminavano due adulti ma due scugnizzi peni di gioia di vivere.
Era di casa ovunque, sull’agenda di scrittori conosciuti o semisconosciuti, critici, teatranti e perfino su quella del presidente dei presidenti, il presidente Pertini che amava averlo a pranzo e di una folla anonima, giovane, semiperduta, che lo seguiva come un idolo.
Regnava indisturbato a via dei Pettinari, a due passi da Sandro Penna, in un vecchio appartamento spazioso e scuro all’ultimo piano con una sola finestra in fondo al lungo corridoio.
La casa era piena di armadi, letti, libri, di ombre che vagavano nella semioscurità da una stanza all’altra, ombre che pian piano prendevano vita a fine pomeriggio e che la notte restituiva all’identità: un travestito da discoteca, il marocchino dei mercati generali, un calabrese senza arte nè parte, la figlia di Pietro Germi sdraiata tutto il giorno sopra un lettuccio avvinghiata al suo bellissimo amico milanese.
L’uscita serale di questi personaggi era come un defilè, soprattutto la travestita, un continuo avanti indietro tra l’armadio ed il giudizio sarcastico di Dario a proposito di capelli, trucco, del tacco troppo alto, dell’abito scollato fino al culo e Dario riusciva a scombinarle trucchi e trucchetti tanto che la poveretta, un moro pugliese dal corpo efebico, usciva sempre incazzato e scontento di come s’era vestito, truccato ecc...ecc...
Quasi ogni sera mi portava a cena nelle case dei dotti, naturalmente ero sempre guardato come un intruso, ogni attenzione, ogni affetto era riservato a Dario, nel migliore dei casi, quando accettavano la mia presenza annuivano:
__Ah! ma tu sei quello che ha fatto... e mi abbandonavano ammiccando come per dire:
__Ma tu che c’entri? Quì si fa cultura...
Naturalmente ignoravano di parlare ad una persona estinta ma io no e nemmeno Dario, così avevamo carta bianca, come scugnizzi voglio dire, di piazzare i nostri scherzi preparati proprio per quella cena, per quella padrona o padrone di casa.
Avevo le tasche piene di mosche morte ed ogni sorta d’insetti capitati sulla strada.
L’impero per la designazione della vittima spettava a Dario, la spiegazione riguardava quasi sempre la scorrettezza, la prevaricazione, l’opportunismo, l’amoralità del soggetto.
Per quanto curassimo con attenzione anche psicologica queste punizioni, il più delle volte passavano inosservate, chi trovava la mosca nel cucchiaio si limitava a guardarsi intorno e a scaraventarla a terra con mossa da spadaccino ma per noi era un trionfo lo stesso, avremmo goduto per tutta la cena della circospezione con cui la vittima avrebbe manovrato le posate prima di portare il cibo alla bocca.
Capitava anche che la vittima non s’accorgesse di nulla e continuasse a mangiare con gusto cibo e vermi.
Il meglio accadeva nella cucina di Dario, quando iniziava a preparare il cibo per gli amici che sarebbero venuti a cena.
In casa c’erano due gatti, uno rosso, il preferito, mi sembra si chiamasse Mushi ma non sono sicuro, quasi certamente l’ho dimenticato ma chiamiamolo Mushi lo stesso, ghiottissimo di carne in scatola, e Dario svuotava una delle sue scatole nella passata di pomodoro, aggiungeva aglio, soffritto e mentuccia e con questo condiva i rigatoni che immancabilmente, ogni volta, riscuotevano un successo esagerato da parte dei commensali.
Erano i rigatoni di Dario!
Il grande poeta che ristorava non solo lo spirito ma anche il corpo dei suoi estimatori, e ne aveva tanti! Era un viavai continuo, giorno e notte, i vicini si lamentavano di tanta vitalità, ogni tanto arrivava qualcuno a chiedere grazia:
__Non si dorme più, i suoi amici fanno troppo rumore, soprattutto di notte, quando scendono le scale potrebbero scenderle normalmente invece che quattro a quattro! Rimbombano. Sembra tornata la guerra!
Dario allora offriva il caffè, tirava fuori qualche biscotto e cominciava a chiedere della figlia, del figlio, di questo, di quello, voleva sapere tutto nel bene e nel male.
I vicini sentivano che Dario era a loro disposizione, anche la casa era a loro disposizione come tutte le cose che c’erano dentro, avessero chiesto mille libri, che altro chiedere a Dario? Sapevano che glieli avrebbe dati senza batter ciglio.
Mentre parlavano sembravano genitori e figlio, un atmosfera davvero casalinga e intanto che parlavano, gli ospiti della casa, ancora insonnolti, attarversavano la cucina per per andare in bagno, salutavano i due vecchi e si chiudevano nel cesso.
Dario Guadagnava abbastanza per vivere bene ma non aveva mai una lira in più, aiutava chiunque fino a soldi esauriti.
Un sogno ricorrente era riuscire a comprarsi un piccolo appartamento ma grazie alla sua generosità non ci riuscì mai.
Una sera, eravamo a cena con Moravia in un ristorante all’aperto a ponte Milvio, riuscì a strappare all’amico la promessa di una casa ma Alberto morì qualche tempo dopo sotto la doccia ed una delle eredi invitò Dario a passare da casa per ritirare, in ricordo dell’amico morto, un quadro, quello che avrebbe scelto avrebbe ottenuto.
Povero Dario! Riattaccò il telefono e disse:
__Che strega!
__Chi?
__Dacia. Le ho ricordato la promessa di Alberto ma lei non ne sa nulla, è stata magnanime però, se voglio posso scegliere un quadro della collezione di Alberto, quello che voglio.
__Quindi?
__Spilorcia!!
Una cosa pressapoco eguale era successa a me due anni prima alla morte di Tano Festa.
Prima di morire era stato molto male e Dario, certo che Tano era più di là che di quà, cominciò una frequentazione assidua con l’ammalato che alla domenica si traduceva in una scampagnata collettiva: io, Dario, l’autista di turno che imboniva facendogli il pieno e offrendogli il pranzo, Tano e Antonella Amendola, accompagnatrice ufficiale del pittore.
La vicenda umana di Tano, conoscenza dei lontani anni sessanta, cominciò ad interessarmi perchè interessava a Dario e io volevo scoprire il perchè.
Antonella si considerava la donna di Tano a tutti gli effetti, lo ospitava, lo accudiva, lo vestiva e più volte lo aveva convinto ad entrare in ospedale.
Tano l’accontentava, entrava la mattina ed usciva dopo pranzo. Distribuiva vestaglia e babbucce agli ammalati ed usciva.
Fisicamente era ridotto male, era gonfio e dai ginocchi in giù le gambe sembravano quelle di un pachiderma, eppure ogni volta che c’incontravamo era allegro come un miracolato.
Un giorno, in fondo a via dei Coronari, proprio davanti al baretto dei coatti, uno mi fa:
__C’è il tuo amico là dentro!
__Quale amico?
__Tano.
__E che fa?
__Va’ a vede no?
Entrai nel fondo del palazzo indicato e trovai Tano davanti ad una pila di tele bianche sulle quali tracciava qualche segno e la firma, poi le faceva volare sopra un’altro mucchio di tele già lavorate.
Fischiettava.
Per giustificare il massacro in onda tirò fuori una bottiglietta di aspirine americane, quella da cento, piena di coca.
__Uno di questi giorni vengo a prendere il quadro, dissi.
__Ancora non l’hai preso?
__Ci vuole la macchina, abiti troppo lontano.
__Berti? Compra una bottiglia di vino.
__Vino e coca?
__Vino e coca .
Poi morì, almeno Dario dopo la morte di Moravia telefonò, io non ci provai nemmeno, conoscendo l’Antonella considerai il quadro perso in partenza.
Dario visse la morte di Tano come una sconfitta e non riuscivo a capire perchè. M’ero fatto un’idea per la sua insistenza al capezzale del pittore: cogliere l’attimo, l’istante, il legame con l’aldilà, ora però, a distanza di tempo, so per certo che nell’ottantotto Dario aveva già contratto il virus e molto probabilmente il suo interesse era rivolto a tutt’altre cose.
Pensando al nostro quotidiano di allora, nell’ottantasette Dario s’innamorò perdutamente del giovane Marco che a sua volta viveva con un travestito sulla Tiburtina, ambedue affetti dal morbo.
In quel tempo cominciò a farsi assieme al ragazzo, voleva essere come lui, perdersi con lui, quindi credo che l’infezione abbia trovato la terra giusta in quel rapporto tormentato.
La prima volta che andammo in visita alla travestita
era su tutte le furie, il suo Marco non s’era fatto vivo da giorni ed al telefono rispondeva sempre lei.
__E’ colpa di quella troia, gli proibisce di rispondere al telefono!
Piangeva.
La travestita abitava al secondo piano di una vecchia casa, era in abiti maschili e ci accolse a braccia aperte offrendoci il meglio del repertorio, perfino una bottiglia di bourbon.
Dario, sorpreso per l’accoglienza, non potè fare a meno che ridere della situazione e pian piano, sempre giocando e ridendo, scivolò nel privato del poveretto facendogli confessare l’inconfessabile.
Per vivere e mantenere Marco si adattava a tutto compresa la prostituzione in strada.
Sembrava un gioco perverso, sanguinario ma era solo apparenza, Dario si aggiogava la sofferenza degli altri, gli era indispensabile come il cibo. La gelosia e la rabbia per la nemica scomparvero all’istante di fronte alla sofferta storia di quell’esistenza di prostituta appestata.
Quando uscimmo sintetizzò l’incontro dicendo:
__Poveretta, sta peggio di me!
A partire da quel grande amore, perchè l’amore con Marco fu davvero un grande amore, che le cose fatte con lui ora cambiano aspetto, che guardo con occhio diverso, perchè dall’ottantasette in poi tutto quello che abbiamo fatto lo feci all’oscuro da ogni sospetto di malattia.
Per esempio, una domenica di Giugno di quell’anno portammo l’avaro e ricco Pielle, un avvocato affetto dal morbo, in gita ai castelli.
Era un personaggio che attirava l’antipatia come se nella vita il suo compito fosse proprio quello. Oltre che essere affetto dal morbo era di un’avarizia d’oltretomba, e quello era il bersaglio da centrare, non gli cavavi un pelo neanche in ipnosi!
Si nutriva e nutriva gli ospiti di zampe e ali di pollo e più d’una volta fu sorpreso a lavare e arrotolare il preservativo appena usato dal partner d’occasione.
Dario non perdeva occasione per oltraggiare l’avarizia dell’avaro Pielle.
Quella domenica, pilotati da Annamaria, amica e poeta oltre che autista, preferita tra tutti, arrivammo in un piccolo villaggio a desinare nella casa di una famiglia tradizionale.
La famiglia e noi, loro seduti intorno al tavolo della cucina, noi nella stanza accanto di fronte all’unica finestra dove svettavano alcuni rami di ciliegio carichi di frutti maturi.
Una giornata più che bella, perfetta: la cucina, la famiglia, l’odore del cibo, il cielo sereno inondato di sole, le chiacchidere sommesse dei padroni di casa.
I rami di ciliegio che s’intravedevano nel rettangolo della finestra rappresentavano un richiamo assoluto, m’affacciai per primo con l’intenzione di allungare il braccio e cogliere le ciliege ma rimasi interdetto dalla visione dell’insieme, mi voltai verso gli altri per esprimere la sorpresa e vidi Dario con l’indice traverso la bocca che intimava il silenzio.
Tornai ad occuparmi delle ciliege e intanto pensavo: ecco perchè ci ha portati fin quì, altro che pranzo! Gli apparecchia la bara!
Venne la volta di Pielle, Dario gli fu subito alle spalle.
__Non è divino? ridacchiò. Da morto vorrei un posto così! E tu?
Allungò il braccio verso le ciliege e ridendo lo mosse a raggiera per mostrare la bellezza di un minuscolo cimitero, grande come l’orto di casa, ombreggiato dal grande ciliegio.
Pielle non rispose. Cosa pensava?
__Pielle? Ti fa paura? Eppur morir si deve, ad-dio-be-ni- ma-te-ria-liii-eee-se-ssoooo!
Arrivò il tegame col conglio in umido ed iniziammo a mangiare.
Annamaria Marinucci pur di restare nei dintorni di Dario sopportava qualsiasi ingiuria.
Sembrava parlasse sempre a vanvera, l’impressione nasceva dal fatto che adattava il timbro di voce a quello di una sedicenne smorfiosa, quel birignao al caffèlatte, intellettualizzato, imbrogliava le parole al punto che spesso sembrava parlasse di nulla ma ad ascoltarla davvero capivi che seguiva con logica personale la discussione in atto.
Adorava Dario, lo accontentava in tutto e, come ho detto, accettava con la rassegnazione di una madre ogni disavventura.
Era l’unica a non essersi affacciata alla finestra e candidamente domandò:
__Cosa c’entrano le ciliege con l’obbligo di morire?
Pielle restò in silenzio per tutta la durata del pranzo, non rispose a nessuna provocazione, ascoltava le nostre chiacchiere ridanciane assente, lontano, più volte Dario cercò di correggere il tiro manifestando grande invidia per i viaggi annuali che Pielle faceva nel mondo arabo, invidiando le facili conquiste, la natura selvaggia, i villaggi sulle rive dei fiumi, poi tornava all’attacco, ma usi il preservativo?
Solo quando rientrammo a Roma, Pielle, con un piede già fuori dalla macchina, si rivolse a Dario e disse:
__Sei proprio uno stronzo!
Ora mi chiedo, perchè organizzò tutta la messinscena se anche lui era nella stessa situazione di Pielle?
Non lo sapeva davvero?
Quello che pensai allora, non sapendo che Dario era ammorbato, ora non vale più, può darsi che il pranzetto organizzato con veduta sul cimiterino nascesse da altre esigenze.
Per primo salta all’occhio, almeno al mio, che da ammorbato Dario non cambiò di una virgola la sua quotidianeità.
Infittì la fila di malesseri ma erano tutte malattie rimediabili, disturbi attribuiti all’ipocondria, l’umore restò quello che conoscevo. Non manifestò in alcun modo un prima e un dopo.
Continuò per la sua strada come sempre, filosoficamente lontano dal flagello aids, una malattia che riguardava solo gli altri.
Viveva senza la malattia, non ricordo neanche un accenno di tentennamento, le smargiassate si rincorrevano allo stesso ritmo di sempre, un giorno, a Sciacca entrammo in farmacia e rivolto al medico chiese:
__Vorrei una confezione di “mom”, il mio amico ha preso le piattole.
__ E’ vero, risposi, però non sono piattole normali, sono azzurre!
__Azzurre?
__Come azzurre? Interloquì il farmacista.
__Azzurre-azzurre. Azzurre come il cielo. Le vuol vedere?
Eravamo ancora due scugnizzi.
Poi mi chiedo: se Dario conosceva il suo male me lo avrebbe confidato? Avrei mantenuto il segreto? Sarei stato capace di non cambiare d’una virgola i sentimenti per l’amico?
La risposta è si, ma Dario come poteva saperlo? Come poteva immaginare che era stato l’autore del mio ritorno alla vita?
La poesia mi aveva richiamato in vita, ovvio, da parte mia, non essere mai toccato da incertezze nel nostro rapporto. Ed era un rapporto ben contraccambiato, lo attesta una poesia pubblicata nell’ottantotto in cui affermava che in cima a Rampa Brancaleone viveva il suo guru, e quello era il mio indirizzo, non parlava di un altro, confessava che eravamo un tutt’uno.
Nel 1987 l’avaro Pielle, lo stesso giorno che uscì dal San Gallicano con la condanna in tasca, fece un giro di telefonate pubblicizzando l’avvenimento.
Per giorni e giorni scaricò la rabbia nelle orecchie degli amici, comprese quelle di Dario, giurando che avrebbe appestato il mondo, poi arrivò il momento della crisi mistica e se volevi vederlo dovevi raggiungerlo in qualche tempio.
In quel periodo Dario cominciò a cercare sempre più spesso la compagnia di Pielle.
Oggi posso ipotizzare che volesse vivere attraverso Pielle il proprio dramma non manifesto. Può succedere che l’inconscio prenda il posto del medico e diagnostichi altrettanto chiaramente la situazione della macchina. Può succedere no? Soprattutto agli spiriti eletti, e Dario lo era.
Sapere e disconoscere.
Un dramma che poteva essere vissuto delegando a Pielle l’esternazione di ciò che viveva segretamente.
Ripensando agli attacchi verbali tra i due, quello che Dario diceva, poteva essere rivolto anche a se stesso visto che era portatore dello stesso male.
Fino all’ottantotto condividemmo emozioni e cibo quasi quotidianamente, stavamo appicicati l’uno all’altro come un tempo Franco Angeli e Tano Festa, tanto che alcuni pensarono ad una storia d’amore, come Adele Cambria che un giorno mi chiese se eravamo amanti, ma se è come penso ora, lui non era più con me, seguiva una linea segreta che solo lui conosceva, solo sua, nessuno poteva entrare in quel mondo, per gli altri e anche per me c’era il teatro di sempre, il teatro di Dario Bellezza.
Mezzo santo- mezzo diavolo, mezzo sobrio- mezzo ciucco, mezzo uomo- mezzo donna, in una cosa era integro, assoluto, nell’amore e forse il nocciolo era proprio lì, cosa c’entrava l’aids con l’amore?
Aids non faceva rima con poesia, non faceva rima con nulla.
Nel mondo di Dario la poesia conteneva già tutto il dolore, lo strazio dell’esistere, ma le rime erano sempre aperte alla vita, alla speranza, all’amore, mai alla morte.
E la solitudine?
Il giorno che alzò, se lo alzò, il muro del segreto tra lui e me, tra lui e gli altri, dentro al castello restò solo, parlo di castello perchè la solitudine è un animale che gonfia, partorisce, si espande, piano piano occupa l’origine di ogni pensiero, può arrivare a distruggere ogni entusiasmo, e la natura di Dario non era nè quella dell’asceta, nè dell’eremita.
Sedevamo allo stesso tavolo, frequentavamo gli stessi giovani, la notte era sempre piena di musica, vino, fumo, baldoria fino all’alba ma lui in che mondo era? Cosa guardava?
Quando spingeva Pielle, facendo intendere che la morte per uno nelle sue condizioni era sull’uscio, a ravvedersi, a mettere in chiaro i suoi rapporti col mondo, a chi lo diceva?
E quando ad una cena a casa di Antonella Amendola rifiutò di farsi leggere la mano dalla grande strega, una vecchietta di novant’anni che in gioventù vantava il primato di essere riuscita ad entrare all’interno della Mecca grazie ad un travestimento e che in seguito aveva raggiunto fama di omniscente per la capacità di leggere il futuro degli altri, quando arrivò il momento di Dario, Dario disse:
__Non voglio saper nulla del futuro.
Lo conosceva già?
Prima di lui quasi tutti avevano offerto il palmo della mano alla vecchietta, me compreso e stato vaticinato morto a sessant’anni, a Valentino Zaichen successo salottiero, Giuseppe Craxi succeso spirituale, insomma, in quell’atmosfera allegra per gioco ma un pò macabra, il rifiuto di Dario arrivò come una vampata di luce.
L’avessi detto io “non voglio saper nulla del futuro” sarebbe passato inosservato, detto dal poeta bloccò il pensiero a tutti, eppure lo scopo di Dario, se sapeva di aver contratto il morbo, non era certamente quello di sorprendere ma di astenersi da possibili sogni.
Conosceva già il futuro?
Portarsi addosso un silenzio così grande era come sopravvivere dopo aver massacrato un bambino di sei anni.
Come poteva resitere? Da dove veniva tutta quella forza?
Jiulian Beck al momento di rientrare definitivamente negli Stati Uniti chiese a Dario di curargli una pianta cui era attaccatissimo.
Dario accettò con entusiasmo, dopo domandò:
__Jiulian? Perchè proprio io?
L’attore restò un attimo silenzioso, poi rispose con un’altra domanda:
__Se tu dovessi lasciare per sempre, definitivamente, il tuo Mushi a chi lo lasceresti?
__Separarmi per sempre da Mushi?
__Per sempre:
__Lo lascerei a te.
__Perchè proprio a me?
__Sembra un indovinello! Concluse Dario.
Qualche tempo dopo, quando arrivò la notizia che Julian era morto Dario mi chiamò:
__Hai saputo di Julian?
__Al telegiornale.
__Anche la pianta è morta.
__Come morta?
__L’ho trovata stamattina sdraiata per terra, secca.
__Che strana coincidenza, balbettai.
La pianta, nel giro di pochi mesi, era cresciuta a dismisura invadendo il bagno e la cucina lì accanto.
__Coincidenza un corno, replicò, quella era un frammento di Julian!
__Com’è possibile?
__Non lo so ma è possibile. Ti richiamo.
Forse era in questi messaggi a fior di pelle, in queste prese di corrente che Dario trovava la forza per vivere la solitudine parallelamente alla confusione di tutti i giorni.
Nel teatro quotidiano trasferiva parte della verità infatti, fisicamente era esposto ai quattro venti compresa la litania di malesseri e malattie che cambiava ogni giorno, se incontravamo qualcuno col mal di fegato gli piaceva recitare che in quel momento anche lui aveva mal di fegato, se il tizio era attaccato da diarrea, Dario doveva correre alla ricerca di un cesso o se la sarebbe fatta sotto. Come potevo essere triste con un amico così?
Correvamo , sapevo che era una balla ma correvo lo stesso, come fosse vero, tanto sarebbe finita a tarallucci e vino come sempre.
Era il suo modo di vivere i rappporti intelligenti, di cultura, offrire la parte più debole di sè, però, la notte, quando la casa era piena di gioventù, non accusava più nulla. Gli passava anche il mal di denti.
Balli, canti corali, scoppi di allegria, più volte gli abitanti della palazzina in cima alla Rampa vennero, nel cuore della notte, a chiedere più moderazione.
Chiedevano con gentilezza perchè c’era lui, lo adoravano, quando saliva la scalinata c’era sempre qualcuno che lo fermava per parlare un pò ed invitarlo a casa.
Lo conoscevano tutti e nessuno aveva mai letto una poesia, non sua, di nessuno.
Dario era Dario.
Una notte che lui non c’era, il figlio del calzolaio, lo stesso che con lui traboccava di gentilezza, minacciò di prendermi a cazzotti se non avessimo fatto subito silenzio.
Diceva sul serio, le ragazze lo capirono per prime e ammansirono la belva.
Quando lo guardavo in televisione mi sembrava calato nelle macchiette di Sordi, risultava chiaro che era lì per guadagnare la pagnotta, conoscendo la sua straripante vitalità appariva quasi assente, murato nella noia.
Forse non era noia, era il silenzio che aveva dentro che lo teneva al laccio, un silenzio che molto probabilmente moriva dalla voglia di esser partorito.
Dario, oltre che strapparmi alle tenebre, curò l’aspetto poetico della mia esistenza.
Lo seguivo nel regno delle due sicilie da un paesino all’altro, scritturato per sua volontà dall’Arci o altre organizzazioni comunali, come lui leggevo in pubblico e dopo la lettura cominciava la festa.
Talvolta eravamo ospiti nella casa del mecenate, altre volte sistemati in alberghetti surreali.
In uno di questi villaggi, precisamente a Rocca Imperiale, in Calabria, Dario mi convinse che dovevamo comprare una casa ciascuno.
Avevamo venduto, l’acquirente, un avvocatessa procurata Dario, per questo dico avevamo, la casa di Rampa Brancaleone e ne avevo comprata un’altra a Calcata, un villaggio medievale vicino a Viterbo.
A Dario Calcata piaceva e non piaceva, come a me, bella e invivibile perchè non c’era gioco se non quello di giocare a fare l’artista.
Rocca Imperiale era tutt’altra cosa, aveva il mare, la campagna ed era piena di gioventù.
Non ci volle molto per convincermi, dopo una settimana avevamo visitato tutte le case in vendita.
Dario aveva due milioni e trovò la casa da due milioni, io ne scelsi una più ricca, una palazzina completamente arredata, piena di cassapanche e oggetti di rame.
Versammo la caparra e rimandammo i contratti al dopo elezioni, elezioni che decisero per me.
__Finalmente una casa mia! Cantò, ed era vero perchè la casa in Trastevere non era sua, il padre, pensionato dello stato vaticano, l’aveva comprata e intestata al figlio maggiore lasciando a Dario l’usufrutto.
Quando parlava di quel fratello s’inteneriva, ricordava con grande tenerezza i suoi tentativi per convincere gli amici di strada che il fratellino era normale e aveva un uccello così.
All’inizio era in dubbio se accettare l’offerta del padre, poi la voglia di allontanarsi dalla tomba dei Pettinari fu così forte che ebbe il sopravvento, prima di abbandonarla passò il testimone e diede le chiavi al poeta Antonio Veneziani che viveva in un villaggio sulla strada per Napoli.
A Rocca Imperiale su una popolazione di novecentosessantadue votanti, il MIS fece l’en plain, prese novecentosessantadue voti.
Neanche una scheda bianca. Era troppo. Rinunciai alla palazzina e persi la caparra.
Nei giorni a seguire scoprimmo che tutti i ragazzi portavano dentro i pantaloni una pistola.
Il villaggio, una specie di cono gelato rovesciato con i cima il castello mezzo diroccato, era una roccaforte pasoliniana, Dario non l’avrebbe abbandonato nemmeno se dentro ai pantaloni dei ragazzi avesse trovato cannoni e mitraglie.
Un gran bel villaggio, poco lontano dal mare che raggiungevamo a piedi, con alle spalle una serie di colline e sparse quà e là le case dei contadini.
Il gioco preferito consisteva nell’intrufolarsi nelle cucine, chiamare a raccolta la famiglia con la scusa del bicchiere d’acqua fresco ed iniziare una risalita accattivante con i componenti giovani del nucleo che potesse concludersi con un appuntamento all’aria aperta.
Per stornare ogni curiosità dalla mia persona aveva un vocabolario speciale che usava con tutti quelli che potevano essere d’intralcio alla sue conquiste, elencava un serie di misfatti causati da malattie infettive che avrebbero ucciso il desiderio anche in una scimmia.
Nella scrittura non era metodico come Moravia ma non andava mai in vacanza. Ogni giorno trovava lo spazio per restare solo, isolarsi, la scrittura era l’unica cosa che riusciva a tenerlo chiuso in casa.
Voglio chiudere questa finestra sull’universo di Dario con un dogma personale: nascere è privilegio di tutti, vivere è privilegio di pochi.
Dario Bellezza fa parte dei pochi, e non è morto povero come qualcuno ha scritto, forse quel qualcuno è fautore del salotto buono per il giovedì letterario.
La povertà, per Dario, era patrimonio indiscusso di tutti quelle che stavano peggio di lui, quando pensava alla grande, sognava di guadagnare abbastanza per comprare un appartamentino, più in là era terra sconosciuta.
E’ morto talmente ricco da poter accontentare migliaia e migliaia di eredi chissà per quante generazioni.
Non ci resta che dire: grazie Dario e per me aggiungo: mi hai ridato la gioia di vivere e continuo a viverla.
Inedito di Aldo Berti
Inedito di Aldo Berti
Oggi parte di questa storia è raccolta in un libro. Tre anime in cammino; maschere, codici e note
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ho un grande piacere, Aldo, nel leggerti, grazie
RispondiEliminabeppe costa
È un caro ricordo, grazie.
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