Luci sull'Ararat...Gregory Corso


Gregory Corso & Allen Ginsberg. New York City, September 1989.

Trasandato, lugubre, nascosto, più che avvolto, in un ampio pastrano scuro che sulla destra rasentava spesso il marciapiedi, e questo dipendeva  dalla tasca sempre rigonfia piena di chissacchè.
In cammino si muoveva come le onde di una saracinesca. Anche i capelli, unti, a ciocche arricciate, seguivano il movimento.
Se camminavi al suo fianco non potevi non aspirare un profumo che sapeva di umidità e di giglio, qualcosa di selvatico che faceva pensare a pianure sconfinate, a mandrie di bisonti, a villaggi di capanne sulle rive di un fiume affricano.
Un profumo che ti sganciava dalla realtà in un bater d’occhio.
Era davvero un odore speciale quello che emanava il corpo di mezza età di Gregory Corso. Forse speciale perchè era il messaggero degli Dei, il poeta della vita.
A Roma viveva nel proprio odore tra Trastevere e Campo di Fiori. A Trastevere dormiva a casa di un impiegato della SIAE, un ragazzo timido e simpatico arrivato da Sciacca, che per Gregory Corso era disposto a tutto.
Nell’appartamento, anche quando non c’era,  si respirava soltanto l’odore di Gregory.  
Libri sulla sedie, libri per terra, cenere e cicche ovunque mescolati a indumenti assortiti e vecchie scarpe nonchè oggetti raccolti per strada e subito dimenticati nella confusione delle due stanze.
Nel piccolo appartamento mi sentivo a mio agio, era la copia esatta di casa mia
Il padrone dell’appartamento invece veniva spesso scambiato per un ospite indiscreto, della sua identità d’impiegato, dentro la casa, non c’era traccia.
A pomeriggio inoltrato Gregory incontrava gli amici dal vinaio di Campo dei Fiori, un popolo di spensieratezza serale, artisti e non, capitanati dalla simpatia istrionesca di Victor Cavallo, il più vicino ed anche il preferito da Gregory , un attore di bravura inconsueta, indiscussa consumata quasi per intero on the road insieme al suo piccolo popolo, una vera corte dei miracoli che riconosceva in Gregory il Vate indiscusso.
Ogni sera, dalle diciannove alle ventuno, il vinaio era strapieno della gente di Gregory. Era amato come il padre tanto atteso, come la luce, ragazzi e ragazze gli si stringevano addosso con trasporto, con un amore più grande dell’amore, si sentivano rappresentati in toto, riscattati.
Il grande poeta in mezzo alla strada come loro, povero come loro, vestito come loro.
Anch’io partecipavo a questa festa che si ripeteva ogni sera.
Spesso Gregory mi veniva incontro tenendo la mano destra spalancata sul fondo schiena di una ragazza e con la sinistra mi passava il mezzo spinello come benvenuto. Oppure un pezzo di schiacciata con dentro la mortadella o anche schiacciata e ricotta.
Il cibo e le donne cambiavano ma la mano destra era sempre laggiù, appoggiata sul cupolone posteriore.
Dopo il vinaio prendevamo strade diverse, non mi piaceva trslocare in gruppo verso un ristorante, verso una saletta a sentir musica o dentro la casa di qualcuno a far rivivere il passato separato dalla voce per la quale ero andato al bar, perchè Gregory, le volte che l’ho seguito, era sempre sotto sequestro. Se era sul letto, sul letto c’erano sicuramente altre tre donne, se era a tavola, era anche peggio, l’unico momento per stare con lui era seguirlo quando andava a pisciare e chiudersi dentro il bagno.
Alcune volte ci siamo incrociati di pomeriggio, in piena luce, ed era come se fossimo al corrente che quell’incontro non valeva nulla, che era da buttare, ci guardavamo appena, ed in cuor nostro sicuramente inviavamo l’un l’altro un caldo grazie per aver tirato diritto.
Quegl’incontri scartati erano i più profondi, lasciavano dietro di sè un’appiglio a cui m’attaccavo appena sapevo di esser fuori vista, un filo lanciato dallo sguardo che mi accompagnava tutto il pomeriggio facendo da filo conduttore ai filosofeggiamenti a proposito del poeta, della sua vita, dei suoi sogni.
Il nostro rapporto sarebbe rimasto ad una simpatia reciproca riconfermata ogni sera in quel paio d’ore dal vinaio se una mattina saranno state le nove ,nove e mezza, non lo avessi scoperto al tavolo di un piccolo bar con un paio di libri, carta e penna.
Avevo fretta, per questo ero già fuori casa, una cosa importante mi aspettava, eppure rimasi inchiodato al suolo come una statua di marmo. Vederlo in pieno lavoro a quell’ora mattutina era come vederlo seduto in un altro pianeta.
All’altro lato della porta del piccolo bar c’era un secondo tavolo, senza clienti, e davanti ai due tavoli stava posteggiato un furgoncino che riempiva da solo tutto lo spazio della piazzetta.
E Gregory girava le pagine e prendeva a appunti come stesse seduto sotto una quercia secolare in mezzo ad una foresta. 
Dopo aver superato la sorpresa pensai fosse meglio andarmene, meglio non interrompere la sua assenza, poi mi dissi che ero pazzo, quello non era un incontro da buttare! Era l’incontro che cercavo: entrare nel mondo del poeta mentre creava!
In quel mentre Gregory alzò la testa e mi vide.
Sembrava mi stesse aspettando.
Sorrise mostrando i buchi neri tra i denti bianchi, radunò carte e libri, mi spintonò con la mano libera e sempre ridendo disse:
__Andiamo.
C’incamminammo verso ponte Garibaldi.
Allontanai definitivamente i motivi che mi avevano spinto in strada quasi all’alba e pensai che probabilmente mi stava portando a casa dell’amico per parlare da soli, lontano dalla solita confusione e invece no, alla fine del ponte girò a sinistra pilotandomi all’isola Tiberina e sempre in silenzio, come se anch’io fossi al corrente di quello che stava facendo, continuò a camminare fermandosi solo quando arrivammo alle spalle dell’ospedale.
Il posto più brutto dell’isola.
Un piccolo viottolo in mezzo a due sponde coperte di rifiuti ospedalieri.
Guardavo senza sapere cosa guardare, scatole, siringhe, montagne di cotone nero, bottiglie, bottigliette, pannolini, insomma una vera e propria conciaia, da non sapere dove mettere i piedi. Gregory invece lo sapeva e sapeva anche dove mettere le mani, cominciò a radunare in un mucchio i cartoni più grossi e solo allora mi fu chiaro perché ero lì.
Verso mezzogiorno il cumulo di rifiuti era più alto di noi con una base di due o tre metri.
Gregory disse che bastava.
Girò intorno scrutando la materia putrefatta, sembrava stesse contemplando un opera d’arte, ogni tanto piegava la testa come volesse vedere l’opera in una prospettiva diversa, poi trò fuori l’accendino e appiccò il fuoco.
Un fumo denso e lento cominciò a salire in cielo e man mano che le fiamme rinvigorivano cominciò a sbiancare e corere un pò quà, un pò là, un pò verso le finestre dell’ospedale.
Da una di queste un uomo strillò:
__Ho l’asmaaa!!!
__Chiudi la finestra! Rispose Gregory in inglese.
            Ci separammo a Ponte Garibaldi senza fare alcun commento su ciò che avevamo fatto.
__A stasera! Disse Gregory.
__A stasera! Risposi.
            Decisi di costeggiare il Tevere fino a San Pitero e tornare a casa a piedi.
Sentivo il bisogno di camminare e pensare.
            Praticamente, se si escludono le imprecazioni di circostanza, eravamo rimasti in silenzio tutta la mattinata eppure percepivo che ci eravamo passati informazioni importanti, come nei vasi comunicanti: qualcosa di lui era passato a me e qualcosa di me a lui, che cosa fosse però non lo sapevo ancora.
            A sera, dovendo metter rimedio all’appuntamento mancato della mattina disertai il vinaio, fui contento d’avere una vera scusa perchè il Gregory Corso della notte, quello del vino, tabacco e Venere, era entrato nell’ombra, si era rifugiato in fondo alla scena e ora,davanti a miei occhi, splendeva l’immagine di Gregory Corso netturbino.
            Quella notte sognai mia madre, stava seduta sopra un lettino d’ospedale, gli occhi bendati da una garza bianca, aspettando l’arrivo del medico che quella mattina avrebbe tolto la benda per controllare se l’operazione alle cateratte aveva sortito l’effetto giusto.
            Era impaziente e continuava a chiedere l’ora ogni cinque minuti.
__Non ti preoccupare mamma, è tutto a posto, fra un paio d’ore vedrai come quando avevi vent’anni.
__Lo pensi davvero? Si, certo che lo pensi, tu non dici bugie, non menti mai, vero che non mi menti mai? Però sento gli occhi vuoti, due buchi neri dentro la testa, due cocci senza vita. Non li sento. Come sei vestito? Ti sei messo la cravatta?
__No mamma, lo sai che non mi piace.
__Hai visto? Avresti potuto dire una bugia, tanto chi ti vede? Ma tu non dici mai bugie e allora perchè mi sento accecata per sempre?
__E’ perchè stai al buio da tanto tempo, solo per questo, appena il professore ti leverà le bende tornerà tutto come prima!
__Certo figlio mio, hai ragione, perchè preoccuparsi?
In quel mentre entrò il professore seguito da due infermiere con lunghe tuniche bianche, inamidate, presero delicatamente la testa della mamma e cominciarono a srotolare la garza.
__Tenga gli occhi chiusi signora, le diremo noi quando aprirli! Intimò una delle due infermiere.
A fine sfasciatura il Professore spalmò un pò d’unguento sulle palpedre, le massaggiò delicatamenete, prese un paio d’occhiali scuri, li aggiustò sulla faccia della mamma e disse:
__Ora signora può guardare.
Le infermiere ripeterono:
__Ora signora può guardare.
            Mamma aprì gli occhi e restò in silenzio.
__Allora signora cosa vede?
            Le infermiere ripeterono:
__Cosa vede?
__Vedo nero.
__Nero? Non vede nient’altro??
__Si che vedo! Vedo nero.
__Quante dita sono queste?
__Tre.
__E queste?
__Cinque.
__E queste?
__Sempre tre.
__Allora ci vede?
__Si, ma vedo nero.
__Chiuda gli occhi signora, disse il professore, ora le tolgo gli occhiali e ne mettiamo un’altro paio. Ecco, ora può riaprire gli occhi.
            Mamma riaprì gli occhi ed un leggero sorriso le serpeggiò sulle labbra.
__Allora signora, come vede ora?
__Come vede ora? Ripetereno le infermiere.
__Vedo bene professore però sembra di stare in un campo d’erba medica, vedo tutto verde.
__Ma signora...
__Ma signora! Ripeterono le infermiere.
__E’ la verità professore, la vedo più verde di un ramarro! Comunque è meglio ora di prima! Il verde mi piace.
            Le infermiere cominciarono a ridere sempre più forte, il professore per non ridere cominciò a tossire ed il telefono cominciò a squillare a più non posso.
            Feci un salto nel letto e mi svegliai.
            Ero sottosopra per lo strano sogno, intanto il telefono continuava a squillare, alzai automaticamente la cornetta.
__...orezerootteetrenta...orezeroottoetrenta...orezeroottoetrenta...
Trovai Gregory Corso seduto al solito tavolo della mattina precedente ma questa volta mi aspettava, era già pronto per andare all’isola. C’incamminammo sorridenti verso ponte Garibaldi.
Avevo ancora in testa il sogno nitido e chiaro e fui tentato di raccontarlo a Gregory, volsi lo sguardo verso di lui, e Gregory, ancora sorridente disse:
__Ieri sera non t’ho visto, problemi?
__No.
__Perchè non sei venuto?
__Sapevo che t’avrei visto stamattina.
Tirò fuori dalla tasca un pezzo di cioccolata, la spezzò in due e ,me ne passò un pezzo.
Quando imboccammo ponte Sulpicio Gregory accese uno spinello.
Dietro l’ospedale ebbi l’impressione che il personale addetto alla pulizia del Fatebenefratelli avesse approfittato dell’azione di noi netturbini per vocazione per svuotare i locali da ogni presenza impropria, comprese
seggiole con una gamba sola, canterani rotti, armadietti sventrati e tantissimi cocci, da credere  che quei rifiuti fossero stati gettati fuori da una casa colonica e non dalle finestre di un ospedale.
Gregory disse:
__Si sono accorti del nostro aiuto, e accese un’altro spinello.
            Iniziammo la costruzione del falò mettemdo alla base i rifiuti più pesanti come sedie, mezzi tavoli, armadietti e dopo continuammo con i cartoni e la roba minuta, a mezzogiorno udimmo il colpo di cannone che annunciava alla capitale che era ora di pranzo.
__Basta, disse Gregory, tutto il resto lo bruceremo domani.
Tirò fuori l’accendino e appiccò il fuoco.
__Pensi che stanotte non butteranno via nulla?
__Dopodomani parto, torno in America, insegnerò in un’universita della California per sei mesi.
            Dovemmo allontanarci dal falò, le fiamme erano più alte del giorno prima ed il fumo più denso, dalla solita finestra l’uomo gridò:
__Ho l’asmaaaa!!!
__Quell’uomo è disperato, invece di chiudere la finestra fa la pubblicità all’asma.
__Forse non grida per colpa del fumo ma perchè uno di noi lo raggiunga, probabilmente è solo, senza fasmiglia, e due anime apertamente disposte alla generosità collettiva gli sembreranno il giusto indirizzo da invocare.
__Probabilmente.
            Poi ridendo aggiunse:
__Perchè non lo raggiungi?
__Io? Neanche morto. Gli ospedali mi fanno star male.
__Ma come? Sono due giorni che ammucchiamo robaccia ospedaliera...
__No Gregory, lo stai facendo tu, io ti aiuto.
__E’ la stessa cosa no?
__No, no, se al posto tuo ci fosse stato un’altro, finanche il presidente della repubblica non ci sarei venuto.
Il giorno dopo giunsi puntuale come un orologio svizzero al piccolo bar ma Gregory non c’era, chiesi al barista se l’avesse visto.
__No, ancora non s’è visto! rispose.
Non era nemmeno tra i rifiuti dell’ospedale.
            Il fatto mi rattristò, tornai a casa lentamente con i piedi e con la testa.
Non riuscivo a capire la sua defezione.
Si era impermalito per avergli confessato di essere un grande egoista? Era vero, lo ero, sognavo fin da piccolo essere amico di  grandi poeti e con un vero poeta come lui sarei andato anche in guerra!
A sera scesi dal vinaio a Campo dei Fiori, c’erano tutti meno che lui, il bar traboccava di bicchieri e allegria ma Gregory non c’era.
Mentre bevevo e chiacchieravo con questo e con quello; Victor Cavallo mi porse un pezzo di carta piegata in quattro.
__E’ di Gregory, disse, è dovuto partire in fretta e furia, e mentre mi porgeva il foglietto successe il finimondo, un giovane coatto inseguito da due poliziotti ci rovinarono addosso, finimmo tutti per terra tra grida, fuggi fuggi e bicchieri che si schiantavano al suolo in mille schegge, quando finalmente tornò la calma il messaggio di Gregory non c’era più, era scomparso.


Inedito di Aldo Berti

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