Il Castello di Volognano

Roccioso sulle colline Rignanesi, affacciato tra il Valdarno e la Valdisieve, il castello di Volognano è uno tra i più imponenti quanto maestosi edifici medioevali. Dalle alte punte dei fusti che lo circondano spicca la torre con le sue merlature, i tetti rossastri e poco più il là il campanile. Una storia interessante quanto avvolgente lega questo castello alla vivacità della vita fiorentina ed al quotidiano La Nazione nonché ad una dinamica e continua cultura vinicola. Proprio da qui prese il casato il nobile Lapo da Castiglionchio. Da Lapo ai giorni odierni, Volognano, ha da sempre visto ed ospitato personaggi insigni come Gioacchino Rossini, Giosuè Carducci o Enrico Fermi. Abitato dalla metà degli ani 60 dalla famiglia Pecchioli, il castello, fu in precedenza dimora e proprietà di illustri uomini. Uno tra questi fu Alessandro D’Ancona, uno dei primissimi direttori de La Nazione dal 1859 al 60. “D'Ancona non aveva al fisico proprio nulla di eroico- lo ricorda un suo allievo- basso di statura, tozzo, massiccio, con quel suo naso adunco, quegli occhi nascosti sotto sopracciglia così folte che pareau cespugli, il colorito verdastro, non si potea davvero dir bello”.
Dotto, letterato, insegnate, politico, scrittore e giornalista D’Ancona ebbe fama europea, come fama europea ebbero le sue opere maggiori. Ne è prova il fatto che Berlino e Parigi, diversi e avversi centri di cultura mondiale, furon concordi nel tributare a questo grande maestro italiano della critica storica gli onori del dottorato e del saggio accademico. Senatore, Accademico corrispondente della Crusca, socio nazionale dei Licei e dall’Accademia delle scienze di Torino fu anche grande amico di Carducci, altra penna illustre del nostro quotidiano. E tra le mura del castello di Volognano che si consumò la loro amicizia e reciproca stima. “O de’ sognati e dei dispersi miti,  per le selve d’Europa indagatore!”, lo salutava il Carducci. “La prima notizia che mi giunse di Alessandro D'Ancona ebbe per messaggero un poeta : Giosuè Carducci.- continuava l’allievo di D’Ancona nelle sue memorie legate a Volognano- Correva il 1874, e le Nuove Poesie,messe fuori in quell'anno dallo Zanichelli, erano state accolte con favore. Avevo comprato il volume per leggerlo e fu proprio così che, un bel giorno d'autunno, io lessi per la prima volta i versi che Giosuè Carducci aveva indirizzati, tre anni innanzi,  ad Alessandro D'Ancona nel giorno  delle sue nozze con Adele Nissim”. Il giovane studente, di cui non si ha purtroppo il nome, rimase folgorato dalla lettura delle poesie di Carducci tanto da recarsi personalmente a Volognano e descrivere, seppur brevemente, quella storia e quella vicenda che vide come attori il Carducci e il D’Ancona. Attirati dalla sua presenza, quanti amici ed ammiratori convennero in quegli anni alla vecchia torre, dove gli avi di messer Lapo da Castiglionchio tenevano racchiuse le loro pergamene!- concludeva- Era una festa percorrere col D'Ancona, sempre agile camminatore, que' luoghi amenissimi, indugiandosi a discorrere coi contadini che attendevano a vendemmiare o pungevano i bovi aggiogati all'aratro. Furono quelli giorni ben lieti, che molti ricordano oggi ancora con accorato desiderio, giorni di calma felicità che un avvenimento funesto doveva incjpinatamente troncare. A Volognano appunto, Giulia, l'ultima figliuola del D'Ancona, a mala pena tredicenne”.







“Natural Burella, ch’avea mal suolo, e di lume di faggio” cita il versetto 34 nell’Inferno di Dante. Un passaggio, che a dir si voglia, si rivolge anche a Geri da Volognano quando, nel 1267, venne incarcerato a Firenze. Da qui, per Burelle, si indentavano ordinariamente tutte le prigioni. Geri da Volognano, assieme ad altri suoi consorti, vennero rinchiusi nella Torre del Palagio (del Fisco), all’angolo con via Ghibellina, che si erge affianco al Bargello. La torre, nei cui angusti sotterranei ebbe per secoli la prigione, venne così appellata dal nome di Geri da Volognano, uno dei primi carcerati che vi furono rinchiusi. Alla sommità venne posta la campana chiamata dai fiorentini “la Montanina” che suonava sempre in funeste occasioni come per richiamare i giovani alle armi, o per annunciare esecuzioni capitali. Poi fu la volta di un’altra campana: la volognana, a testimonianza di come questo luogo e le sue vicende storiche fossero legate alla città dei granduchi. Infatti non fu solo lo sventurato Geri a finire nella torre del Bargello ma anche la campana del suo amato castello trovò presso la torre fiorentina degna dimora.

Antonio Degl’Innocenti 


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