La febbre del 1918: la Spagnola in Toscana

 


Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid…l’epidemia è a carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Con queste poche righe, pubblicate dall’agenzia Iberica FABRA, fece la sua comparsa pubblica nel febbraio del 1918 “l’influenza Spagnola”. La pandemia più devastante dell’età contemporanea, e probabilmente della storia, fu identificata come Spagnola anche se, con la Spagna, ebbe poco a che fare. Essendo però la nazione neutrale alla Grande Guerra, il regime di censura sulla stampa non esisteva, e di conseguenza furono i primi a darne notizia. Questo virus conosciuto come A/H1N1 colpì prevalentemente le persone nella fascia d’età 20-45 anni apparentemente sani. Secondo alcuni medici, quello della spagnola fu un virus definito ibrido, nato cioè dalla combinazione di due virus distinti, nel quale “la conseguenza era stata la variazione di una proteina, che l’aveva resa in grado di suscitare una reazione avversa del sistema immunitario. - sintetizza Daniele Venturoli su focus storia n.38 del 2009 -  Invece di combattere il virus quest’ultimo finiva così per contribuire alla distruzione dei polmoni delle vittime, accelerando gli effetti della malattia: la reazione era tanto più violenta quanto più era efficiente il sistema immunitario delle vittime. Per questo i morti furono prevalentemente giovani sani”. Va precisato che la mortalità fu determinata anche da una sovrapposizione di diverse infezioni batteriche dovute ad una mancanza di antibiotici, scarse condizioni igieniche e strutture sanitarie deboli. Fu una vera catastrofe che contava nel mondo più di 50 milioni di morti tra il 1918 e il 1919. Una tragedia che, nel suo decorso, ebbe tre picchi. Anche l’Italia fu colpita da questa pandemia con stime che variano da 350000 a 600000 decessi rispecchiando come tale epidemia fu di gran lunga la più disarmante e smisurata delle malattie che colpì circa quattro milioni d’italiani su una popolazione di circa trentasei milioni. I primi casi segnalati risalgono al 1918 nella provincia di Vicenza e gli ultimi nel dicembre del 1920: furono due anni devastanti per tutto il Paese. “La difficoltà a ricostruire una storia e una statistica della malattia in Italia è diretta conseguenza dell’oppressiva censura imposta dal governo. - spiegava lo storico Francesco Cutolo membro del Consiglio direttivo dell’Istituto storico della Resistenza di Pistoia- I bollettini sanitari vennero contraffatti e ai giornali fu imposto di pubblicare notizie rassicuranti. Le autorità vietarono persino i normali riti funebri. L’interesse del governo fu tutelare lo sforzo bellico in un momento decisivo, mentre il virus avanzava nel fronte interno. La Toscana risultò la regione centrosettentrionale più colpita, stimando circa 30.000 morti”. Le province furono le zone che subirono il colpo maggiore a fronte di problematiche legate a restrizioni causate dalla guerra: si erano ridotti al minimo i servizi essenziali. Dapprima, come ogni parte del globo, la censura di stampa aveva imposto di non drammatizzare la situazione ma le cronache che seguirono da lì a poco registrarono momenti davvero tragici. Ad esempio i prefetti, come quello di Arezzo, dettero disposizioni ai sindaci per contrastare le dicerie “allarmanti ed esagerate”, intervenendo in modo da “calmare le popolazioni e diffondere le notizie delle provvidenze governative [...] smentendo le voci che attribuiscono la malattia a forme epidemiche gravissime, come peste, colera, tifo, e raccomandando l’ordinaria e comune profilassi igienica, la quale è sufficiente a fronteggiare il male”. Il tutto era motivato dal fatto di tranquillizzare la popolazione ed i combattenti.

A Pistoia “in ottobre, tuttavia, la situazione precipitò. Il prefetto decretò la chiusura dei cinematografi e delle scuole. - prosegue Cutolo - Il vescovo di Pistoia e Prato, Gabriele Vettori, impose la disinfezione dei luoghi di culto e delle acquasantiere, e raccomandò di areare le Chiese prima e dopo le funzioni”. Nonostante tutto lo stesso Vescovo decise di non interrompere le Sante Messe. Iniziarono le quarantene, l’invito ad un maggiore igiene ed il divieto di assemblamenti. In tante città vennero create addirittura rivenditori riservati agli ammalati in possesso di certificato medico. Le condizioni di lavoro dei sanitari erano precarie e disarmanti: da una parte molti erano stati richiamati al fronte e i pochi rimasti dovettero letteralmente arrangiarsi. Per comprendere meglio la cronaca del tempo basti pensare che sempre a Pistoia “la spagnola - puntualizza Cutolo -  decretò il collasso dei Regi Spedali: la struttura completò la sua crisi finanziaria e amministrativa, tanto che la prefettura di Firenze dovette commissariarla”. I sindaci comunicavano con i prefetti dichiarando che si stavano trovando di fronte a qualcosa di spaventoso e sconvolgente e che quello che stava avvenendo “era peggio della guerra”. Decine e decine di morti colpivano i paesi garfagnini, a Vagli ad esempio - scrive Paolo Marzi storico della Garfagnana -  la terribile spagnola fece ricordare al Corriere della Garfagnana che seicento furono gli ammalati e ben 53 i morti. Verso la fine del 1918 era talmente alta la possibilità di essere contagiati che il prefetto di Massa diramò a tutti i comuni di competenza misure estreme di contenimento e comportamento al fine di evitare ulteriori diffusioni del virus”. Venne perfino proibito il suonare delle campane a morto, avrebbero abbattuto lo spirito pubblico, non si trovavano più nemmeno le casse da morto, “i falegnami non stavano dietro alla sequela di morti che si era abbattute sulla Garfagnana. Lettere ritrovate e scampate al taglio della censura parlano di morti “trasportati come sacchi di patate “ e“seppelliti come cani”, addii senza croci, senza fiori e senza gente. - conclude Marzi - Altre lettere ancora:” Nel paese c’è una malattia che fa paura, ce ne muore di giovani nel fiore della vita. Tanti ammalati che fan paura, pare tutto un castigo di Dio un tempo per meditare e per pregare”. 

 

Antonio Degl’Innocenti

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