Cercare il volto di Dio: la lezione dell’Abate Casetta sulla preghiera cristiana
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| Abbazia di VAllombrosa |
Intervento dell’Abate Giuseppe Casetta, lo scorso anno, in occasione del ciclo di catechesi quaresimali “L’arte della relazione con Dio”. L’Abate, guida della congregazione dei monaci benedettini vallombrosani, ha introdotto il tema della preghiera cristiana partendo da una domanda essenziale: che cosa significa cercare il volto del Signore?
Per rispondere, Casetta ha richiamato un episodio della vita del Curato d’Ars. Un contadino, ogni giorno, prima e dopo il lavoro, entrava nella piccola chiesa del paese e sostava a lungo in silenzio. Quando san Giovanni Maria Vianney gli chiese cosa dicesse al Signore, l’uomo rispose: “Io non dico niente. Io guardo Lui e Lui guarda me.” Un’immagine semplice e potentissima, che per l’Abate racchiude il cuore della preghiera: la fede, la certezza di una presenza, il desiderio di incontro, la povertà del cuore, il dialogo, il silenzio e la perseveranza.
Casetta ha ricordato come anche i discepoli chiesero a Gesù di insegnare loro a pregare. La preghiera, infatti, non è un insieme di formule ripetitive, ma un incontro con il mistero di Dio fatto carne, un’apertura alla Trinità. Chiedere “Insegnaci a pregare” è già preghiera, perché significa riconoscere la propria fragilità.
La preghiera autentica nasce dal saper scendere nella propria povertà interiore. Eppure, anche quando è imperfetta, lo Spirito sostiene la nostra debolezza. Pregare significa dichiarare la propria appartenenza a un Regno che non si vede, a valori poco praticati, a un Dio spesso dimenticato. È il segno che viviamo “nel mondo, ma non del mondo”, sospesi tra la società in cui abitiamo e il mondo di Dio, di cui cogliamo solo tracce.
In questo cammino lo Spirito Santo è presenza vitale: trasforma il nostro balbettio in lode. Chi prega si pone davanti a Dio sapendo che in lui opera qualcosa che non controlla: il soffio dello Spirito. La preghiera è mistero, relazione, comunione, amore. È vita che non ha inizio né fine.
Per Casetta, preghiera e fede sono inseparabili: la preghiera è la fede che parla. Quando la preghiera si spegne, si spegne anche la fede, proprio come accade nelle relazioni umane quando viene meno il dialogo.
Il cristiano non prega semplicemente Dio, ma prega in Dio, perché il Dio cristiano è Trinità. La liturgia lo insegna: nello Spirito, per il Figlio, andiamo al Padre; e dal Padre, per il Figlio, riceviamo ogni dono nello Spirito Santo. L’Eucaristia è il movimento perfetto dentro questo mistero.
Riprendendo l’episodio del Curato d’Ars, l’Abate ha sottolineato la grande rivoluzione del Concilio Vaticano II: aver restituito la Parola di Dio a tutto il popolo cristiano. La preghiera non è più solo elevazione verso Dio, ma ascolto di ciò che Dio dice a noi. È Dio che ci cerca per primo.
Da qui nasce l’urgenza di dedicare tempo alla preghiera. “Ho troppo da fare, quindi ho poco tempo per pregare”, ha osservato Casetta, ricordando che spesso non è mancanza di tempo, ma scarsità d’amore. Chi ama trova sempre il tempo per incontrare l’amato. E il tempo dato a Dio diventa tempo trasformato, qualitativamente diverso.
La preghiera non è fuga dal mondo, né alibi per sottrarsi alle responsabilità. È vita, refrigerio, forza contro il male, occasione di lode e comunione. E per essere autentica ha bisogno di due elementi essenziali: silenzio e perseveranza.
Antonio Degl’Innocenti
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| Abate Giuseppe Casetta |




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