“Quando la bellezza diventa fede: il lascito del Beato Angelico”
Tutto il mondo ormai ne ha parlato. La mostra sul Beato Angelico, ospitata a Firenze tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco, ha riportato l’attenzione su uno dei pittori più significativi dell’arte rinascimentale. Ci voleva, in sostanza, un’esposizione di questa portata per riscoprire e recuperare uno dei grandi maestri dell’arte e della fede. Ben venga, dunque, che iniziative simili possano riaccendere l’interesse verso chi, attraverso spiritualità e pittura, ha reso manifesta la propria fede.
Oggi prevale spesso una visione minimalista, che indaga poco l’uomo nelle sue capacità, nelle sue doti, nella sua dimensione spirituale. L’aspetto sociale e materiale ha finito per scavalcare le virtù umane e interiori. Ma il Beato Angelico era, prima di tutto, Fra Giovanni da Fiesole (nato Guido di Pietro a Vicchio del Mugello). Per comprendere l’artista, occorre comprendere l’uomo: le sue virtù, la sua vita, la sua fede. La sua arte non è separabile dalla sua identità di frate domenicano; ne è anzi la diretta espressione.
Un’analisi puramente tecnica, per quanto approfondita, non basterebbe a cogliere la pienezza dell’opera del beato patrono degli artisti. Antonio Paolucci, già direttore dei Musei Vaticani, definiva le opere dell’Angelico “beatitudini luminose”. L’artista, spiegava, è “la testimonianza più palese di una tensione spirituale altissima e profonda, espressa attraverso una limpida raffigurazione artistica”.
La mostra fiorentina non ha solo messo in luce le opere del Beato Angelico: ha dimostrato come, ancora oggi, la cultura cristiana abbia segnato lo scorrere dei secoli. “La civiltà cristiana – ha ricordato più volte Vittorio Sgarbi – è quella che ha espresso la più straordinaria quantità di bellezza”, aggiungendo che “siamo dotati di una religione illustrata, in cui la bellezza serve alla fede più che la fede alla bellezza”.
Fu proprio a Fiesole che Fra Giovanni iniziò il suo percorso di uomo di fede e pittore. Qui presero forma i due aspetti del frate che San Giovanni Paolo II proclamò Beato nel 1982 e, nel 1984, patrono degli artisti. “Figlio spirituale di san Domenico – disse il Papa – col pennello espresse la sua ‘summa’ dei misteri divini, come Tommaso d’Aquino la enunciò col linguaggio teologico”. E ancora: “Guardare al Beato Angelico è guardare a un modello di vita in cui l’arte si rivela come un cammino verso la perfezione cristiana: egli fu un religioso esemplare e un grande artista”.
A San Domenico di Fiesole iniziò la vita religiosa del frate pittore. Qui, aderendo alla corrente dei Domenicani osservanti, che predicavano povertà assoluta e ascetismo, nacquero molte delle sue opere. Lucia Bencistà, storica dell’arte, ha ricostruito la storia della chiesa di San Domenico per comprendere meglio l’ambiente che accolse l’Angelico. Una ricognizione puntuale delle opere conservate e di quelle, purtroppo, perdute.
“Consacrata nel 1435 – spiegava Bencistà in un inserto del 2021 sulla rivista della Diocesi di Fiesole Corrispondenza – la chiesa era più piccola dell’attuale e presentava una piccola abside terminale sulla quale si ergeva l’altare maggiore con la Pala di Fiesole”. L’opera raffigurava la Madonna col Bambino in trono e i santi Tommaso, Barnaba, Domenico e Pietro Martire. Una pala che avrebbe ancora oggi bisogno di uno studio approfondito per ricostruire i cambiamenti subiti nei secoli.
“La prima modifica – scriveva Bencistà in uno studio pubblicato su Comunità – avvenne nel 1501, quando Lorenzo di Credi trasformò il trittico in una pala quadrata, modificando profondamente anche lo sfondo. La seconda avvenne nella prima metà dell’Ottocento, con lo smembramento della predella e dei pannelli laterali: la predella fu venduta e sostituita con copie nel 1827, mentre i pannelli originali furono estratti, venduti e sostituiti da altri provenienti da opere diverse dell’ambito di Lorenzo Monaco e Lorenzo di Bicci”.
Due ulteriori tavole, oggi non più presenti, erano capolavori dell’Angelico. “Fuori dall’antico coro ligneo – proseguiva Bencistà – si trovavano l’Annunciazione della Vergine, oggi al Prado, databile al 1425-26, e l’Incoronazione della Vergine, oggi al Louvre, più prossima alla consacrazione della chiesa nel 1435”.
Del Beato rimangono fortunatamente due affreschi, nel refettorio e nella sala del capitolo. “Si tratta – precisa Bencistà – degli unici superstiti dei quattro che il pittore aveva realizzato per il convento: uno è un grande Cristo crocifisso, riscoperto sotto lo scialbo nel 1882, con un profondo pathos e una forte solitudine, vicino al Crocifisso masaccesco della Trinità di Santa Maria Novella. L’altro è una Madonna col Bambino e Santi, databile al quarto decennio del secolo, originariamente realizzata sopra una porta del chiostro e oggi conservata, con la sua sinopia, al museo Ermitage di San Pietroburgo”.
Sul finire del Quattrocento, i lavori di ampliamento del convento mutarono definitivamente l’aspetto originale della chiesa. “I lavori iniziarono dalle due cappelle Gaddi – concludeva Bencistà –. La prima, detta dell’Incoronata, ospitava la grandiosa tavola dell’Angelico poi trasferita al Louvre. Oggi accoglie la Pala di Fiesole. Nella terza cappella di sinistra, dedicata all’Annunziata, si trova la tela dell’Empoli, realizzata in sostituzione dell’Annunciazione dell’Angelico, ceduta nel 1611 al duca Mario Farnese”.
La mostra fiorentina, oggi conclusa, ha permesso ai visitatori di rivedere la Pala di Fiesole, la prima grande commissione pubblica dell’Angelico: un’opera che rivela le forme e gli stili originari del pittore, il luogo della sua formazione spirituale e umanistica. Segni tangibili, dunque, di un frate che seppe trovare una perfetta sintesi tra umanesimo e fede. “Avea per costume – scrive Vasari – non ritoccare alcuna dipintura (…) per creder che così fusse la volontà di Dio”.
Antonio Degl’Innocenti




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