Storia degli ospedali fiorentini: medicina, arte e cura della persona
Un viaggio attraverso la storia degli ospedali fiorentini e della sua provincia. Un percorso fatto di medicina, scienze, arte e cultura che racconta la nascita, sul nostro territorio, dei primi grandi centri di cura: un patrimonio talvolta dimenticato ma costruito nel tempo con dedizione e impegno.
Di questo si è parlato nell’ultima puntata di Segno 7 con il medico e storico Massimo Pandolfi, che ha definito importante questo “sguardo al passato — ha commentato — che ci fa capire cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato”. Il patrimonio ospedaliero è infatti un segmento fondamentale della nostra storia curativa e culturale, non solo fiorentina. Il servizio di ACOSI (Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani) ha raccontato come, su tutto il territorio nazionale, siano ancora tangibili e visibili quelle strutture simbolo delle nostre città.
“La sanità come cura delle persone — ha commentato Pandolfi — nasce molto tardi; prima esisteva l’ospizio. Infatti il primo grande ospedale, Santa Maria Nuova, il primo che sorge in Italia, nasce nel 1299 grazie a una donazione di Folco Portinari ispirata da Monnatessa”. La cura di questi ambienti era spesso affidata a religiose, come le Oblate, che furono tra le curatrici dell’ospedale di Figline Valdarno. È proprio da questo contesto che si sviluppa la storia ospedaliera e curativa.
“Nella nostra regione — ha precisato il prof. Franco Banchi — la cura della persona è stata intesa sia dal punto di vista fisico sia dell’anima. Marsilio Ficino ci ricorda che è difficile separare la cura del corpo dalla cura dell’anima. Questo ritorna spesso nella storia di Firenze: la cura integrale della persona è la cifra che accompagna la città e la regione fin dal Medioevo”. Umanitas e caritas sono le parole che hanno segnato una dimensione di cura orizzontale e verticale dell’uomo, nella sua interezza di spirito e materia.
“Oggi ci stiamo un po’ discostando da questo principio — ha proseguito Pandolfi — in cui lo spirito è importante nella cura delle persone. La componente spirituale o psicologica influenza il processo di guarigione”. L’aver cura dei pazienti, distinto dalla mera cura clinica, rimane quindi un tassello fondamentale nei processi di guarigione. Firenze fu culla di questo approccio con i suoi storici ospedali, come San Giovanni di Dio.
“La Toscana è terra di assistenza — commentava l’architetto e storico Esther Diana — per la sua posizione centrale nella penisola: crocevia di strade verso Roma e l’Europa, dove si formarono centri di assistenza per viandanti e pellegrini. Tra il XII e il XIII secolo nascono i nostri ospedali storici: Santa Maria Nuova, il San Matteo, il Santa Chiara di Pisa, il Ceppo di Pistoia, che acquisirono subito importanza economica e politica. Sul territorio esistevano anche piccole strutture con uno o due letti, pensate più per il sostentamento che per la cura del malato”.
Il Serristori di Figline iniziò con queste caratteristiche, trasformandosi poi in un ospedale per la medicalizzazione dei malati. “Anche a Figline — ha proseguito Pandolfi — inizialmente contavamo circa otto strutture per l’accoglienza dei mendicanti. Nel 1401 nasce il vero e proprio ospedale con dodici posti letto grazie alla donazione di Serristoro”. Da qui lo sviluppo nei secoli, il trasferimento di sede dal centro alla campagna e la modernizzazione che lo ha portato fino ai giorni nostri.
“A Firenze gli ospedali erano moltissimi — ha aggiunto Pandolfi — come Villa Basilewsky, l’ospedale di Camerata o San Giovanni di Dio; oggi sono sostanzialmente ridotti a quattro strutture”. Una storia lunga e interessante, che spesso trascura uno degli ambienti più suggestivi del percorso curativo: le spezierie.
“Due figure — ha spiegato Diana — erano presenti negli ospedali dell’epoca: il barbiere, non inteso come oggi, e lo speziale. La bottega dello speziale era un grande negozio dove si trovava di tutto, non solo ingredienti per medicinali: elementi per colori, composti di bellezza e strumenti per la tumulazione dei morti. In sostanza, lì si lavoravano prodotti di origine animale, vegetale e minerale”. Le spezierie furono la spina dorsale di un processo curativo e storico fondamentale.
“La spezieria era l’equivalente della moderna farmacia — ha concluso Pandolfi — e, oltre a quanto detto da Diana, ospitava anche oggetti di natura scaramantica. La farmacopea delle spezierie si basava su un’esperienza contadina: qui venivano raccolte e lavorate le erbe per la somministrazione”. Luoghi di vivacità e ricchezza culturale che oggi possiamo ancora visitare in alcune città e strutture.
Antonio Degl’Innocenti



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